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Violenze in Paraguay, i vescovi: “Lavorare per la pace sociale”

di LUCIANO ZANARDINI
Violenze in Paraguay, i vescovi: “Lavorare per la pace sociale”
Credit Foto - Vatican Insider

Come si spiega la recrudescenza della violenza in un Paese dalla forte devozione popolare? Il Sud America è da sempre un continente dalle grandi contraddizioni che vive un’altra stagione particolare della sua storia. Di fronte all’insicurezza generale, affidarsi all’uomo «forte» rischia di diventare la risposta più ricercata. A pochi giorni (è iniziata la novena) dal tradizionale pellegrinaggio al Santuario di Caacupé, da sempre simbolo della fede del popolo paraguayano, la Conferenza episcopale si è rivolta alla nazione per invocare «la pace sociale, frutto della conversione e della giustizia».
 

I vescovi hanno a cuore i fedeli loro affidati. Chiedono una presa di posizione da parte della società paraguayana colpita da gravi fatti criminali. «La nostra coscienza – scrivono – ci impone di non rimanere indifferenti e indolenti». Queste situazioni mettono a repentaglio «la convivenza fraterna» e minano «i fondamenti che garantiscono la pace sociale. I crimini di dominio pubblico ci interpellano come Chiesa e come società in generale». Forte la condanna per i sequestri e per il narcotraffico che «causano dolore, morte e sofferenza a tante famiglie». Purtroppo, però, si è insinuata una sorta di rassegnazione, di «indifferenza», che produce sfiducia e indebolisce «gli spazi di incontro fraterno e solidale». «Non vogliamo – citando il discorso del Papa in Perù dello scorso gennaio – una società crudele e disumana, che rimane insensibile di fronte al dolore». 

I vescovi si chiedono se tutto ciò non sia il sintomo di «problemi sociali e morali più profondi» e se non sia arrivato il momento di «fare un esame di coscienza» per individuare «le azioni e le omissioni che lasciano crescere il male e la violenza in mezzo a noi». Le cause sono note a tutti: «L’ingiustizia, l’impunità, il maschilismo, gli squilibri socio-ambientali, la debole coesione nella famiglia e nella società, il consumismo, la diffusione mediatica della violenza». 

Non si possono, inoltre, tacere le condizioni che contrastano il valore sacro della vita, fin dal concepimento, specialmente di quella più fragile. Nella «lotta contro il male», la Chiesa annuncia la possibilità di una conversione che significa apertura a Dio e agli altri. Nel Vangelo la persona è al centro e i poveri rappresentano la categoria preferita. 

«Mentre assistiamo al deterioramento profondo del tessuto sociale e morale dei gruppi e delle comunità, desideriamo proclamare con più vigore e convinzione che la misericordia e la solidarietà sono valori per i quali vale la pena mettersi in gioco». Tra le agenzie educative in pericolo, c’è senza dubbio la famiglia, che invece deve essere uno spazio di protezione, aperto a realtà più ampie: «Il bene comune senza distinzioni di razza, di classe, di etnia e di religione». Per coltivare la convivenza pacifica bisogna lavorare per «l’equità sociale»: tutti i cittadini, in particolare i più vulnerabili, devono accedere alla salute, ambire a un’educazione di qualità, a un lavoro dignitoso, a case e infrastrutture che permettano una vita degna. 

«Tutto parte dalla conversione del cuore», affermano i presuli, «è necessario un processo di profonda trasformazione culturale», perché possano mutare gli atteggiamenti diffusi di tolleranza della corruzione e dell’impunità. Al popolo in cammino verso Caacupé, la Vergine Immacolata ricorda l’invito di Cristo alla conversione, conclude la Conferenza episcopale esortando «i cittadini, i fedeli e gli uomini di buona volontà» a una conversione personale, comunitaria ed ecclesiale e a lavorare «instancabilmente per la giustizia e per la pace sociale». (Vatican Insider).



LUCIANO ZANARDINI

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