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Cambiamenti climatici: da Greta a Marianna, ecco cosa stanno facendo 

Clima: cosa ha messo in moto nel mondo una ragazzina di 16 anni

Cambiamenti climatici: da Greta a Marianna, ecco cosa stanno facendo 
Credit Foto - wired.it

L’ultima volta che è scesa la neve a maggio sugli appennini (a 400 metri di quota) è stato 60 anni fa. Il mese di marzo invece non era così caldo dal 1800, con 2,5 gradi sopra la media (dopo i 3,25 del 2001, e i 2,53 del 2017 e 2012). Sono gli effetti del cambiamento climatico, che ha moltiplicato gli eventi estremi come le alluvioni e gli uragani che alla fine dello scorso ottobre hanno abbattuto più di 13 milioni di alberi tra il Trentino e il Friuli.

Anche di questo non si ha memoria. Invece in inverno nel Nord Italia ha piovuto quasi la metà rispetto alla media storica (300 millimetri), lasciando il Po in secca, con conseguenze devastanti sull’agricoltura. In Italia l’aumento delle temperatura media ha raggiunto nel 2018 i +1,58 gradi. Sembra poco, ma questo grado e mezzo in più è bastato negli ultimi 50 anni a far sparire i due terzi delle superfici dei ghiacciai alpini.

È ormai dimostrato che le attività umane hanno quasi tutta la responsabilità, e le previsioni sono ormai chiare: se non si fa nulla la temperatura continuerà ad aumentare, portando allo scioglimento delle calotte glaciali, all’innalzamento dei livelli degli oceani, all’intensificarsi di fenomeni come desertificazioni e inondazioni, alla diffusione di carestie, malattie tropicali e migrazioni umane epocali.

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  È contro questo irresponsabile immobilismo che venerdì 24 maggio gli studenti dei #FridaysForFuture torneranno a manifestare in tutto il mondo. Dopo i poco produttivi tira e molla degli accordi di Kyoto e Parigi, chi alla fine si ritroverà realmente con un futuro a rischio sono proprio loro, i nostri ragazzi. Ne hanno preso coscienza ed è una benedizione.

Solo la sopravvivenza dei figli potrà far cambiare i padri e le madri.

È maggio 2018, e un quotidiano svedese organizza un concorso. Lo vince la sedicenne Greta Thunberg con un tema sull’ambiente. Il quotidiano lo pubblica. Bo Thorén, un attivista di lungo corso che si batte contro l’uso di combustibili fossili, la contatta insieme ad altri studenti, proponendo uno sciopero per attirare l’attenzione pubblica sulla crisi climatica, sull’esempio degli studenti di Parkland, che si erano rifiutati di entrare in classe dopo una sparatoria a scuola.

Nessuno lo fa, tranne Greta che dal 20 agosto si siede davanti al Parlamento di Stoccolma. Con sé ha un tappetino da campeggio, una borraccia metallica e un cartello con su scritto: «Sciopero da scuola per il clima». È il suo proclama politico. Tornerà nello stesso posto tutti i giorni, fino alle elezioni politiche del 9 settembre. Poi torna a scuola, e per recuperare le lezioni perse sciopera solo il venerdì. I giornali ne parlano, parte il tam tam sui social.

Come si allarga la protesta
Martedì 4 settembre 5 studenti olandesi tra i 15 e i 17 anni imitano Greta, tenendo un sit-in davanti al Parlamento dell’Aia. Venerdì 14 settembre a Berlino un gruppo di adulti manifesta davanti al Bundestag. Venerdì 21 settembre, nella cittadina di Zeist, sempre in Olanda, Lilly Platt, 10 anni va in strada con la mamma e il nonno per una protesta silenziosa.

Sui social appaiono gli hastag #FridaysForFuture e #ClimateStrike: serviranno ai ragazzi di tutto il mondo per conoscersi ed aggregarsi. Venerdì 2 novembre a Sudbury, nell’Ontario, Canada, Sophia Mathur, 11 anni, è la prima ragazzina ad aderire allo sciopero per il clima dall’altra parte dell’oceano.

Per venerdì 30 novembre vengono indetti cortei in più città dell’Australia, da Sydney a Melbourne, Brisbane e Perth. Il premier australiano Scott Morrison lancia un appello invitando a non astenersi dalla scuola, ma ottiene l’effetto contrario: il 30 novembre scendono in strada 15 mila ragazzi in 30 città.

È il primo grande sciopero di massa per il clima a livello mondiale. Intanto i gruppi dei #FridaysForFuture cominciano a darsi una struttura, e organizzano manifestazioni sempre più partecipate.

Cosa succede in Italia
Venerdì 14 dicembre a Milano Sarah Marder
, un’ex dirigente di banca di 54 anni, si mette da sola davanti Palazzo Marino con un cartello che richiama la protesta di Greta: è la prima italiana a unirsi allo sciopero. Da lì a poco i gruppi italiani dei #FridaysForFuture si mettono in moto: a Torino c’è David Wicker (14 anni), a Milano Miriam Martinelli (16 anni), a Pavia Marianna Bertotti (17 anni), a Pisa Bruno Fracasso (20 anni), a Udine Aran Cosentino (16 anni).

Le marce che contagiano l’Europa
Contemporaneamente in una New York freddissima la 13enne Alexandria Villaseñor staziona davanti al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite avvolta in un sacco a pelo. Il 17 e 18 gennaio in Svizzera e Germania sfilano più di 45 mila studenti. In Belgio sono 13 mila, che diventeranno però 35 mila la settimana dopo, e 70 mila domenica 27 gennaio, quando Bruxelles ospita la prima grande marcia per il clima.

Dietro il successo della manifestazione ci sono tre ragazze: due compagne di scuola di un paesino vicino Anversa, la 17enne Anuna De Wever, che sogna di diventare un giorno segretario generale dell’Onu, e Kyra Gantois (Solferino pubblicherà dopo l’estate il libro che hanno scritto insieme); e la 18enne di Namur, Adélaïde Charlier. Il movimento tedesco è invece coordinato dalla 22 enne Luisa Neubauer, studentessa universitaria, ora candidata alle Europee con i Verdi.

La manifestazione del 15 marzo
Le maggiori adesioni si registrano in Australia (150 mila manifestanti), Canada (170 mila), Francia (200 mila), Germania (300 mila) e soprattutto in Italia, che con 370 mila partecipanti stabilisce un primato. Le questure lo confermano: 100 mila sono scesi in piazza solo a Milano, 50 mila a Napoli, 30 mila a Torino e Roma, 25 mila a Firenze, praticamente quanto tutti i partecipanti ai cortei in Svezia. Le manifestazioni italiane hanno però qualcosa di diverso dalle altre.

Mentre Il 15 marzo a Stoccolma a dimostrare per il clima davanti al Parlamento svedese ci sono per lo più adolescenti, senza l’ombra di un politico (è contro di loro che è diretta la protesta di Greta), in Italia invece c’è una grande partecipazione della società civile: studenti universitari, giovani, insegnanti, militanti di associazione di varie, genitori.

E anche di tanti esponenti politici. A cominciare dalla sinistra, che con Nicola Zingaretti appena eletto neosegretario del Pd, dedica la vittoria a Greta, senza spiegare però cosa avrebbe fatto nelle vesti di governatore del Lazio per il clima della sua regione. C’è Luca Zaia nel Veneto, Giovanni Toti in Liguria, Beppe Sala a Milano, Chiara Appendino a Torino.

E tutti gareggiano per incontrare i ragazzi del movimento, sostenerli e appropriarsi della loro causa. Il 15 marzo in testa ai cortei non si contano i sindaci, assessori e presidenti di Regione. È come se manifestassero contro loro stessi, poiché sono loro ad avere quelle competenze — in materia di trasporti, energia, riscaldamento e rifiuti — che sono determinanti nel contrasto ai cambiamenti climatici.

Le falle del piano per il clima
Il nostro Paese è al secondo posto in Europa per morti causate da avvelenamento da particolato (60.600), e al primo da biossido di azoto (20.500). Non a caso l’Italia è stata deferita alla Corte di Giustizia europea per la violazione sistematica e continuata della direttiva comunitaria in materia di qualità dell’aria. Il Piano energia e clima viene inviato dal governo alla Commissione europea a dicembre.

È meno di una bozza vaga e approssimativa, perché si limita a confermare le azioni già decise per ridurre entro il 2030 le emissioni di gas serra del 33% rispetto al 1990. Ora negli ultimi 26 anni il livello delle emissioni nel nostro Paese è stato abbattuto dai 518 ai 428 miliardi di tonnellate, con una diminuzione del 17,5% (90 miliardi). Nei prossimi 11 anni dovremmo ridurle di altri 156 miliardi di tonnellate, con uno sforzo triplo rispetto a quanto riuscito nel 2015-2016 (in cui le emissioni sono scese del -1,2%).

Il punto però è che l’andamento complessivo dei gas serra è determinato dal settore energetico, e quindi dalle emissioni di CO2, che rappresentano più dei quattro quinti delle emissioni totali: 335 miliardi di tonnellate sui 428 miliardi complessivi. Di questi un terzo fa capo ai trasporti: l’unica voce che in 26 anni — nonostante l’evoluzione delle tecnologie — non soltanto non è diminuita, ma è addirittura aumentata, passando dai 100 miliardi di tonnellate del 1990 agli attuali 103 miliardi.

Nel Piano non si dice come si intendono abbattere nei vent’anni successivi al 2030 i restanti 272 miliardi di tonnellate di gas serra, così da rispettare gli obiettivi dell’Unione europea che si propone di arrivare ad emissioni zero nel 2050. Mancano completamento dei target per una mobilità sostenibile, non ci sono impegni vincolanti, previsioni di investimenti o strategie di lungo periodo su come implementare gli Accordi di Parigi per una decarbonizzazione dei trasporti.

La spinta degli adolescenti
La rivista Time include Greta tra i 25 adolescenti più influenti del pianeta. Possiamo solo augurarci che le «giovani marce» diventino inarrestabili e che si ingrossino anche le piazze cinesi, indiane, brasiliane. E noi giornalisti abbiamo il dovere di sostenerli, scriverne quotidianamente, proprio per dare spinta ad una forza che soltanto a quell’età non ha cedimenti.


di Milena Gabanelli, testo di Sandro Orlando - Corriere della Sera



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