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Bauman ad Assisi, il suo intervento al 'Cortile di Francesco'





La prossimità di uno straniero è sempre un fattore preoccupante, che crea disagio perché lo straniero, come il termine stesso indica, è sempre qualcosa di imprevedibile.

Ognuno conosce sia i propri amici che i nemici e allora come comportarsi con lo straniero? Chi è uno straniero? Come interpretare le loro affermazioni? E’ un rompicapo che ci fa sentire molto insicuri, ma capire significa anche sapere come andare avanti.

Oggi ci troviamo in questa incertezza, non sappiamo come andare avanti e siamo in molti a condividere la sensazione di vivere in una fase di incertezza, di non sapere come sarà il domani. 

Questo senso di incertezza, in realtà, è frutto della globalizzazione. Bertold Brecht dice che gli emigrati portano cattive notizie perché rendono tangibile quello che potrebbe accadere anche a noi: hanno una loro casa, una famiglia, un lavoro e improvvisamente sono costretti alla fuga perché sotto minaccia. I migranti rispecchiano la nostra fragilità.

Papa Francesco riferendosi alle popolazioni sudamericane afferma che non hanno paura dello straniero, perché la maggioranza di loro è composta da emigranti.

Quello che accade oggi è esattamente quello occorso in Europa il secolo scorso, quando molti europei si sono imbarcati per le Americhe in cerca di un futuro.

L’unica voce pubblica che, attualmente, ha il coraggio di dire la verità è quella del Papa, senza usare mezzi termini o proporre soluzioni fuorvianti. Nel suo viaggio Lampedusa, dopo la strage dell’ottobre 2013, ha sostenuto che il cuore del problema delle migrazioni e il frutto dell’indifferenza, non proteggiamo quello che Dio ha creato per tutti. Siamo incapaci di assisterci a vicenda,  quando tutta l’umanità perde tutto, questo produce tragedie come quella appena vissuta. Dobbiamo chiederci: chi è responsabile per il sangue di questi fratelli? Non sono io, non ho nulla a che fare, è qualcun altro. Oggi nessuno nel nostro mondo si sente responsabile, abbiamo perso il senso di responsabilità nei confronti dei nostri fratelli. La cultura dell’agio ci rende insensibili alla chiamata degli altri. Produce la globalizzazione dell’indifferenza.

Il nostro impegno deve essere rivolto a rettificare le ingiustizie, promuovere il benessere delle persone e ascoltare le storie di tutti.



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