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Sant’Antonio nel cinema

di Antonio Tarallo
Sant’Antonio nel cinema
Credit Foto - Pixabay

Motore…ciak…azione! Fra Antonio, nella sua umiltà, difficilmente avrebbe gradito i riflettori del cinema, ma noi – per avere una idea più facile della sua vita – non possiamo che ringraziare la cosiddetta “settima arte”, il cinema, per averci offerto interessanti interpretazioni del Santo padovano. Certo, alcune un po’ discutibili, ma che comunque hanno il pregio di averlo posto come “soggetto”. In fondo, il termine credo possa risultare il più consono all’argomento.

Passiamo, allora, in carrellata – niente da fare, in questa puntata sembra proprio che ogni parola rimandai al cinema – o meglio, in sequenza (anche questa volta il gioco di parole è inevitabile!)  i movies che ci hanno raccontato la biografia di Fernando de Bulhões, il futuro Sant’Antonio di Padova.



E’ abbastanza, definirei, moderno il film “Antonio di Padova” , girato nel 1949. Non tanto, è ovvio, per estetica di immagine, ma più che altro per quello che noi contemporanei definiamo “the plot”, la storia. Antonio di Padova aleggia nel film come figura a cui ritornare nel percorso filmico. Un anello di congiunzione fra il presente (un presente del 1949) e il passato (quello del 1200). La storia: la moglie di un giovane pittore romano scomparso in guerra, va in Chiesa insieme al figlio, il piccolo Fernando. Chiede al Santo di Padova la sua intercessione per il ritorno del marito. Dopo qualche tempo, il pittore improvvisamente ricompare. A causa di una ferita alla testa, aveva perduto la memoria. La recupera poi lo stesso giorno in cui la moglie chiede la grazia a S. Antonio.

E’ il momento del doveroso pellegrinaggio alla Basilica del Santo, con il piccolo Fernando. Da questo momento, sarà lui il protagonista del film. Il piccolo sfoglia un libro su S. Antonio. E sarà proprio questa lettura – realizzata nel film attraverso “quadri” della vita del Santo – a far nascere in Ferdinando la vocazione a prendere il saio. La regia è affidata a Francisci (negli anni ’50 la sua carriera si arricchirà poi di alcune figure “da leggenda” come Maciste, Ercole, Ursus ed altri) e vede come interpreti, gli attori Aldo Fiorelli (Fernando/Antonio da Padova), una giovane ventiquattrenne Silvana Pampanini che interpreta la madre di Fernando, e Carlo Giustini nella veste del padre.  Per la sceneggiatura, oltre a Raoul De Sarro, Fiorenzo Fiorentini, Giorgio Graziosi, lo stesso regista Francisci, risalta il nome di Diego Fabbri, autore del famoso “Processo a Gesù” scritto per il teatro negli anni ’50.


Il film non è stato bene considerato dalla critica dell’epoca. Forse, oggi, sarebbe stato diverso.  Il romanzare le vite, è abbastanza consono ai tempi moderni, o comunque il prendere “vie larghe” per poi incentrarsi sul vero tema del film è divenuto – in tanti casi – una prassi. Una delle critiche mosse a Francisci è stata questa: "Non si capisce perché gli ideatori del film abbiano avuto timore a portare sullo schermo la vita del Santo nel suo complesso, preferendo ridurla a semplici quadri inseriti in una vicenda moderna che vorrebbe essere edificante, ma che risulta piuttosto ingenua. Conseguenza quasi inevitabile di questo spezzettamento è che la vita del Santo perde il suo vigore esemplare, venendone a mancar gli sviluppi interiori, e manifestandosi l'anima di Antonio soltanto in episodi in cui egli prende atteggiamenti quasi esclusivamente oratori." Così il “Giornale della Sera”, il 14 giugno 1949. Il giudizio sulla ingenuità della storia, in fondo, potrebbe esser pur condivisibile, ma – vista l’epoca – una critica proprio negativa, forse, potrebbe anche risultare troppo ingiusta. In fondo, lo sforzo di rendere contemporaneo il Santo e di vederlo come possibile motore, esempio per “nuove ordinazioni sacerdotali” non è poi così male.




Ma lasciamo il bianco e nero, i fotogrammi di vecchia data, e ci addentriamo ai giorni d’oggi.  Il 2002 vede la Lux Vide – la famigerata casa di produzione della famiglia Bernabei – e Mediatrade (casa di produzione Mediaset), impegnati nella realizzazione di un film per la tv con protagonista il nostro Santo. Girato tra il Portogallo e l’Italia, il film ripercorre la sua vita, senza nessuna “finestra nel presente”. Il film comincia col narrare l’approdo di Antonio – dopo una grande tempesta – sulle coste della Sicilia, nel 1221. Davanti alla presenza del Vescovo, Antonio narra la sua vita.  Assieme al Santo, gli sceneggiatori (Umberto Marino, Alessandra Caneva, Fernando Muraca) inventano un personaggio certamente non “storico”, un “tale” Giulietto, interpretato dal bravissimo Enrico Brignano. Giulietto ha un’altra cultura rispetto a Fernando (il nome originario di Antonio di Padova) e, addirittura, in questa invenzione registica parla con forte inflessione romana o, meglio, con un particolare “timbro contadino” della campagna romana di Caprarola. Spiazza un po’ questo personaggio inventato, non solo per l’idioma, ma per la visione/divisione di “linee parallele” dei due personaggi.


E’ evidente che posto lì, Giulietto, assurge un po’ a “voce interiore” del Santo di Padova.  Una battuta per tutte: “Comunque non so se si saria comportato così Francesco allo posto tuo!”, così viene “rimproverato” Antonio, in una scena del film. Un film che è “sospeso tra la citazione pasoliniana e una più naturale propensione alla raffigurazione zeffirelliana, dove il lavoro di Marino ci restituisce (...) un santo incerto e legnoso, intellettuale e miracolistico, ossessionato dal peccato di vanagloria e stretto nell'umiltà francescana”. Parole del critico cinematografico e televisivo Aldo Grasso nelle pagine del “Corriere della Sera”.




Nel 2006 è la volta di “Antonio, guerriero di Dio” o, per citare il titolo originale “Anthony Warrior of God”, esordio cinematografico del regista teatrale – tra l’altro padovano – Antonello Belluco che ne firma anche la sceneggiatura. Grande risonanza, in questa produzione, viene data alla lotta del Santo per l’usura nella città di Padova.



I primi fotogrammi vedono uomini e donne del popolo, il clero, passare piangenti davanti alla bara del Santo, ed è così che un frate comincia a narrarne la storia. L’incipt è sempre lo sbarco sulle spiagge della Sicilia, ormai possiamo definirla “prassi” ben consolidata. La trama del film è abbastanza fitta di incontri e intrecci che vedono “impegnati” svariati personaggi: da Fibonacci, mercante di Pisa ed insigne matematico, a Tebaldo, un usuraio padovano. Il tema dell’usura di quel Tempo, lo dicevamo, è centrale nel racconto filmico. Fra i vari personaggi però ne spicca in particolare uno: Folco, un ladro ben “affermato”. Sarà quest’ultimo a vivere una redenzione, vivendo “a contatto” con il Santo. Sarà proprio Antonio, sempre più malato, a lottare per liberarlo da un erroneo capo d’accusa.



Si riaccendono le luci in sala. Il pubblico esce per le strade, per le piazze. Magari qualcuno,  dopo aver visto qualche scena, sentirà nascere nel cuore il desiderio di entrare in chiesa, per contemplare la statua del Santo. Ogni chiesa, all’incirca, ne ha una.  

La testimonianza, si sa, passa in diverse maniere…e magari anche per i cavi elettrici di qualche telecamera.



Antonio Tarallo

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