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Le Storie francescane di Giotto in cura per tre anni

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Le Storie francescane di Giotto in cura per tre anni
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Firenze. Al via il restauro della Cappella Bardi nella Basilica di Santa Croce con le «Storie di san Francesco» (seguendo la biografia del santo scritta da Bonaventura da Bagnoregio), prestigiosa committenza affidata al talento di Giotto da una delle famiglie più in vista della Firenze medievale. Mercanti e banchieri fra i più importanti d’Europa, i Bardi erano in stretto rapporto con il papato, il re di Napoli e l’Inghilterra.

A volere Giotto, reduce dal soggiorno a Padova, fu forse Rodolfo, figlio di Bartolo de’ Bardi, già priore nel 1282, e la dibattuta datazione della cappella, il terzo decennio del secolo, ha come termine post quem il 1317, anno della canonizzazione di san Ludovico da Tolosa raffigurato sulla parete di fondo. Affrescata a buon fresco sull’intonaco ancora umido (è leggibile tuttora la divisione delle giornate), la cappella, dopo indagini condotte dall’Opificio delle Pietre Dure prima a mezzo della fluorescenza Uv e poi con indagine termografica, ha rivelato non poche aree dipinte a secco, forse per rendere più vivide le vesti di alcuni personaggi o per meglio definire grandi campiture cromaticamente omogenee come le architetture, ma anche per motivi di tempo, laddove l’intonaco era già troppo asciutto.

Coperti nel 1730 perché ritenuti meno in sintonia col gusto del tempo, mediante un’imbiancatura a calce, con la tecnica della scialbatura, gli affreschi furono riscoperti oltre un secolo dopo, in seguito all’interesse suscitato dalla scoperta nel 1841, della Cappella della Maddalena al Bargello con la porzione del «Paradiso» di Giotto, ma il loro rinvenimento, diversamente da quella della Cappella Peruzzi nella stessa Basilica, fu casuale, proprio mentre tra il 1850 e il 1851 il pittore Carlo Morelli e l’architetto Gaetano Baccani stavano per avviare importanti lavori di ammodernamento.

E se Morelli, estromesso dal recupero, rivendicherà sempre la paternità della scoperta, fra il 1850 e il 1853 a riportare alla luce Giotto è Gaetano Bianchi, il quale interviene però in modo assai invasivo, ricostruendo completamente a buon fresco le vaste lacune dell’originale impianto decorativo, alterato nel XIX secolo dall’inserimento dei monumenti funebri di Giuseppe Salvetti e Gasparo Maria Paoletti, architetti granducali. In occasione della grande mostra giottesca del 1937 a Firenze i cicli murali delle cappelle Bardi e Peruzzi saranno oggetto di un intervento diretto da Ugo Procacci ed eseguito dalla bottega di Amedeo Benini, con operazioni di manutenzione quali la spolveratura e la fermatura di piccole porzioni di intonaco.

A rimuovere i rifacimenti ottocenteschi sarà invece, tra il 1958 e il 1961, Leonetto Tintori, sempre sotto la direzione di Ugo Procacci, in seguito alla decisione presa da una commissione istituita ad hoc dal Consiglio Superiore delle Belle Arti, ma gli interventi ad affresco del Bianchi, rimossi per mezzo della tecnica di strappo, sono a tutt’oggi conservati. Il restauro odierno è dunque un momento fondamentale per lo studio e la documentazione su Giotto e la sua tecnica pittorica murale e l’Opificio delle Pietre Dure, a cui l’Opera di Santa Croce ha affidato progettazione ed esecuzione dell’intervento, prevede tre anni complessivi di lavoro, suddiviso su fasi diverse, tese a risolvere le evidenti criticità dell’intonaco e della pellicola pittorica, precedute da una campagna diagnostica, svolta in collaborazione con diversi istituti di ricerca, utilizzando le più innovative strumentazioni.

Si procederà poi al preconsolidamento della pellicola pittorica con una prima pulitura dei depositi incoerenti, alla pulitura della superficie dipinta, poi al consolidamento con la stuccatura delle lacune e infine al restauro pittorico con la riduzione dell’interferenza visiva delle abrasioni e, laddove possibile, con la ricostruzione delle lacune del colore. Ricordiamo che dal 2009 lo stesso Opificio, grazie a una sovvenzione della Getty Foundation, svolge nelle cappelle ricerche coordinate da Cecilia Frosinini, direttrice della settore Pitture murali, la quale ha voluto estendere, con successo, alla pittura murale l’ampia gamma di indagini diagnostiche proprie del Laboratorio dei dipinti mobili della Fortezza da Basso. Il restauro è realizzato col sostegno di Arpai e della Fondazione CR di Firenze.

Laura Lombardi, da Il Giornale dell'Arte numero 398, giugno 2019.



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